Sì, lo so che ve ne siete accorti già da un pezzo. Ma non posso farci niente. Quindi lo ammetto pubblicamente: ho un debole per le sportive con due posti secchi. E infatti l’argomento di oggi è Smart Roadster.
Ciò che mi sembra importante premettere è che quest’auto è rimasta in produzione solo dal 2003 al 2005. Eppure le sono bastati così pochi anni per entrare nell’immaginario collettivo. Soprattutto italico. Sapete già che Smart è nata dalla joint venture fra la casa di orologi elvetici Swatch e quella di automobili tedesche Mercedes-Benz, vero? La sua presentazione avvenne al Salone Internazionale dell’Automobile di Francoforte del 1999, accanto alla sportiva Mercedes Benz SLR McLaren. L’anno dopo questa piccola sportiva ricevette il suo secondo battestimo al Salone Internazionale dell’Automobile di Parigi. In tale occasione la vettura fu presentata con carrozzeria coupé.
La Roadster era una sportiva di ridotte dimensioni con un passo di appena 2,36 m. E già qui c’è un notevole recupero della tradizione. Infatti, essa era costruita con la stessa filosofia delle compatte inglesi degli Anni 50-60 del XX Secolo. Cioè, con un motore di ridotta cubatura e il corpo vettura che fosse il più leggero possibile. Le dimensioni in questo caso però ponevano un serio problema di stabilità. Si scelse dunque di adottare una soluzione analoga a quella della Fiat X1/9. Cioè, una carrozzeria di tipo targa col motore in posizione centrale. Anche se, a dire il vero, alla fine si optò per una posizione posteriore centrale.
Prima dicevo: recupero della tradizione e filosofia inglese. Di fatti, la Roadster fu costruita seguendo il pensiero che fino a quel momento era stato proprio solo della Lotus. Ve lo ricordate lo slogan della Casa di Hethel «Light is Right». Vero? Il motore non doveva essere troppo potente. Ma ciononostante doveva garantire prestazioni brillanti per merito del rapporto peso/potenza. L’avantreno era a ruote indipendenti con sospensioni di tipo MacPherson e barra antirollio. IL retrotreno invece presentava un ponte de Dion. I freni a disco anteriori infine erano autoventilanti. Mentre quelli al posteriore erano a tamburo. All’inizio si era preso il tricilindrico M160 già usato per la City–Coupé, la cui cilindrata era stata aumentata a 698 cc. Il quale era stato provvisto di turbocompressore con tanto di intercooler. In tal modo la vettura poteva sprigionare un potenza massima di 82 Cavalli. Certo, la potenza non era eccessiva, ma le ridotte dimensioni permettevano alla piccola sportiva di esprimersi in modo brillante. L’unico limite di questa roadster era il cambio elettroattuato. Che nei tempi morti (necessari per il passaggio da una marcia all’altra) limitava il risultato complessivo delle prestazioni finali.
Il motivo per cui oggi vi volevo parlare di quest’auto è che mi ha sempre affascinato. E me la sarei anche già comprata, se non fossi stato un morto di fame. E voi invece: qual è il sogno ancorché piccolo che avete nutrito con più intensità?
LA MIA VITA A 4 RUOTE Sono Juan, abito a Milano e ho scelto di aprire questo spazio perché desidero far sentire una voce nuova nel panorama delle auto… la MIA! Il mio interesse per il mondo a quattro ruote nasce in età adulta e, sorrido nel ricordarlo, quando ho iniziato a leggere con una certa frequenza riviste specializzate, che mio padre consultava alla ricerca di un’auto nuova. Il passo successivo è stata la necessità di potermi spostare fuori città in piena autonomia, e la svolta è avvenuta grazie a uno spot in tv dell’Alfa Romeo Mito, con un costo per me irraggiungibile. A quel punto la scelta obbligata è stata una Lancia Y – che stava su con lo scotch. Ora che mi ricordo, quand'ero bambino, mi piaceva tantissimo andare in auto con mio padre, perché mentre lui guidava, io cambiavo le marce. Quando premeva la frizione dopo un'accelerata, salivo di marcia. Quando schiacciava la frizione dopo aver rallentato l'andatura, scalavo di marcia. Lo so che detto così, sembra un gioco, ma per me piccolo era bellissimo, perché mi immedesimavo in mio padre e controllavo con lui la macchina.
Ho scelto di vivere coi miei lettori le emozioni che le auto mi suscitano. Per questo motivo il mio blog «HP – CV. L'auto che voglio» è rivolto a chi fa dell'amore per le auto – supersportive e non – una ragione di vita, non solo di status. Sì, perché quando parlo di alcune Case d'auto, mi s’illuminano gli occhi al solo pensiero che il mio cuore possa battere al ritmo dei giri del loro motore. A volte il mio cuore sussulta, quando cambio la marcia, perché l’accelerazione porta con sé l’adrenalina che mi serve per sentirmi vivo. Il motivo che mi spinge a gettarmi a capofitto in quest'avventura, è la mia passione per le automobili, ma anche l'ammirazione che nutro per coloro che creano veri capolavori dell'arte (penso a Lamborghini Egoista, o a Dallara Stradale, o ancora a Bugatti La Voiture Noire).
Questi sono i motivi per cui, in questo spazio, salvo sporadiche eccezioni, troverete la mia opinione più dal punto di vista della Comunicazione ‒ che altro. In fondo, per i dettagli tecnici, avete già la scheda prodotto del concessionario.
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2 pensieri su “Smart Roadster: piccolo intenso sogno”
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