Presente sul mercato a partire dal 1959, tale nome era la sintesi del più esteso Morris Mini Minor. Creata dalla British Motor Corporation, competeva con le utilitarie per antonomasia, ossia la 500 della Fiat e il Maggiolino della Volkswagen. Pensate che Mini nacque come nome del modello e solo in un secondo momento divenne un marchio a sé (1969). Dopo diversi passaggi di mano, nel 1994 la British Aerospace vendette il marchio alla BMW (1994). Vorrei fare solo un appunto, per sottolineare che il modello fu così apprezzato che anche l’Italiana Innocenti realizzò una versione opportuna: la Nuova Innocenti Mini Cooper.
l’immagine è una combo che ho ottenuto, usando il software PhotoScape X, grazie all’unione di due immagini indipendenti in origine. Mi riferisco a: la Bianchina ricavata da un’immagine di 5274x384px, già presente su questo blog e pubblicata a corredo del post La Bianchina e il Tragicomico Ragioniere; la Morris Mini Minor, invece è un’immagine reperibile su questo stesso blog al presente (nonché medesimo post) dalle originarie dimensioni di 1924x1204px, le quali immagini accostate e combinate hanno dato origine a una di dimensioni complessive 2560x861px,. La combinazione delle due immagini è fatta con lo scopo di confrontare le analogie fra le due vetture ‒ soprattutto per quanto riguarda le linee della carrozzeria
Mini: la competitor naturale
Non so perché, ma quel lunotto a spiovente un po’ così, mi ha fatto sempre pensare alla Bianchina del Tragicomico Rag. Ugo Fantozzi ‒ accantonando per un attimo il volume occupato dal cofano bagagliaio, intendo. Effettivamente, guardando anche il resto delle linee della carrozzeria, mi accorgo che proprio la Bianchina era semmai il competitor naturale della Mini Cooper – e non invece la 500 (cioè, colei che non ho paura a definire come la migliore amica degli italiani a cavallo tra gli Anni ’50 e ’60). Da questa mia breve osservazione ricavo che anche l’individuazione del segmento di mercato per la British era impresa ostica già all’epoca ‒ non solo ai giorni nostri. Certo, oggi è molto più facile fare paragoni fra Mini e Alfa Romeo MiTo o Audi A1. Ma all’epoca non lo era altrettanto. Credo che l’accostamento iconico fra la Bianchina e la Mini Cooper possa dire molto più di tante parole, in merito alla similarità (se non alla parentela fra le due utilitarie: la mediterranea a sinistra e la British a destra).
Nel 2001 la Casa di Monaco di Baviera presentò sul mercato una rivisitazione del modello iconico del British style del 1959. Il successo fu tale che il Modello Cooper del marchio British fu adoperato nella famosissima pellicola cinematografica The Italian Job (2003) ‒ che si rifà al celebre omonimo del 1969 (diretto da Peter Collinson). Le bellissime linee attualizzate ai canoni estetici di inizio Terzo Millennio contribuirono al successo del posizionamento sul mercato. Gert Volker Hildebrand infatti costruì l’immagine della vettura sui tre archetipi del corpo umano: un solido corpo maschile, sensuali curve femminili e taluni elementi arrotondanti che richiamassero la sfera infantile. Ma al successo contribuì senza dubbio anche la campagna di Marketing: infatti all’epoca la vettura fu presentata in prima istanza ai pionieri dei navigatori della Rete delle Reti, cioè Internet. Così si raggiunse il quarto traguardo: ossia conquistare i giovani dell’epoca. Certo: mi riferisco ai giovani benestanti o comunque di una fascia spendente medio-alta. Raggiungendo così anche il quinto traguardo: ossia il collocamento strategico nel segmento Premium. Ma ciò che mi sembra ancor più particolare, è il fatto che con questa Mini la Casa bavarese ha aggredito il concetto di utilitaria di lusso ‒ all’epoca saldamente in mano alla Y10 del Cav. della Bellezza. e ciò permise a quei giovani di sentirsi dei privilegiati, rispetto al resto dei loro coetanei. Sesto traguardo raggiunto.
E voi, quando vi siete sentiti di dimensioni mini, ma avete visto comunque riconosciuto il vostro status symbol?
LA MIA VITA A 4 RUOTE Sono Juan, abito a Milano e ho scelto di aprire questo spazio perché desidero far sentire una voce nuova nel panorama delle auto… la MIA! Il mio interesse per il mondo a quattro ruote nasce in età adulta e, sorrido nel ricordarlo, quando ho iniziato a leggere con una certa frequenza riviste specializzate, che mio padre consultava alla ricerca di un’auto nuova. Il passo successivo è stata la necessità di potermi spostare fuori città in piena autonomia, e la svolta è avvenuta grazie a uno spot in tv dell’Alfa Romeo Mito, con un costo per me irraggiungibile. A quel punto la scelta obbligata è stata una Lancia Y – che stava su con lo scotch. Ora che mi ricordo, quand'ero bambino, mi piaceva tantissimo andare in auto con mio padre, perché mentre lui guidava, io cambiavo le marce. Quando premeva la frizione dopo un'accelerata, salivo di marcia. Quando schiacciava la frizione dopo aver rallentato l'andatura, scalavo di marcia. Lo so che detto così, sembra un gioco, ma per me piccolo era bellissimo, perché mi immedesimavo in mio padre e controllavo con lui la macchina.
Ho scelto di vivere coi miei lettori le emozioni che le auto mi suscitano. Per questo motivo il mio blog «HP – CV. L'auto che voglio» è rivolto a chi fa dell'amore per le auto – supersportive e non – una ragione di vita, non solo di status. Sì, perché quando parlo di alcune Case d'auto, mi s’illuminano gli occhi al solo pensiero che il mio cuore possa battere al ritmo dei giri del loro motore. A volte il mio cuore sussulta, quando cambio la marcia, perché l’accelerazione porta con sé l’adrenalina che mi serve per sentirmi vivo. Il motivo che mi spinge a gettarmi a capofitto in quest'avventura, è la mia passione per le automobili, ma anche l'ammirazione che nutro per coloro che creano veri capolavori dell'arte (penso a Lamborghini Egoista, o a Dallara Stradale, o ancora a Bugatti La Voiture Noire).
Questi sono i motivi per cui, in questo spazio, salvo sporadiche eccezioni, troverete la mia opinione più dal punto di vista della Comunicazione ‒ che altro. In fondo, per i dettagli tecnici, avete già la scheda prodotto del concessionario.
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Un pensiero su “Mini: la Answer premium dal sapore Deutsch”
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