Dieselgate: crisi automotive

Analizzando dal punto di vista della Comunicazione di Crisi la vicenda, che coinvolge in toto l’automotive tedesco, si possono avanzare alcune ipotesi.

Dieselgate e Comunicazione di Crisi

C’è chi pensa che la crisi del Dieselgate riguardi la Volkswagen ‒ e solo lei ‒, e che la Casa tedesca se lo meriti. Motivo? Ha giocato sporco.

Volkswagen e pensiero comune

C’è, poi, chi pensa che ‒ quello automobilistico ‒ sia un sistema, in cui il più pulito ha la rogna… Certo, però, che Volkswagen ha barato più degli altri player.

Strategia Dieselgate

C’è, infine, chi pensa che il Dieselgate e la notizia uscita poco tempo fa (circa gli esperimenti di emissioni con cavie animali e umane), facciano parte di un disegno ben organizzato, non per ridurre l’influenza della Casa di Wolfsburg, ma per eliminare la presenza di un competitor così influente e scomodo nel mercato automotive.

Volkswagen, sì, ma anche FCA?

Certo, non agevola la scelta di Volkswagen, fatta all’epoca del Dieselgate, di non riconoscere le proprie responsabilità. Anzi, pare che abbia cercato di scaricare la corresponsabilità su altri competitor (FCA, per esempio) ‒ al di là del fatto che il Dipartimento di Giustizia Usa abbia tentato di addossare le stesse colpe alla Casa di Torino. In un primo momento Volkswagen non si è nemmeno messa a disposizione della Magistratura ‒ se non, quando la crisi è esplosa.


Crisi: cause e soluzioni

A onore di Wolfsburg va notato che l’Azienda ha rintracciato la causa dell’errore nel fornitore Bosch, che dotava le centraline di software truccati, e l’aver cacciato l’Amministratore Delegato allora in carica, Martin Winterkorn. Conseguenze di queste decisioni, sono l’interruzione dell’approvvigionamento di quelle specifiche centraline, provenienti dalla Bosch, e l’assunzione di un nuovo Amministratore Delegato, Matthias Müller ‒ ex numero uno di Porsche. Mi resta una domanda: Volkswagen ha cambiato fornitore di centraline, oppure ha mantenuto i rapporti con Bosch?

Voi, che ne pensate?

Juan

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L’immagine dell’isolato Volkswagen su fondo bianco è gentilmente concessa da Emslichter tramite la piattaforma Pixabay ed è reperibile all’indirizzo: https://pixabay.com/it/photos/isolato-volkswagen-2591372/ nelle dimensioni originarie di 1920 X 1515 pixel, che è stato copiato nelle medesime dimensioni, incollato e pubblicato su questo blog, nel presente post.

14 pensieri su “Dieselgate: crisi automotive

    1. È probabile ciò che tu dici, Sofia. Stando a “l’Automobile”, periodico dell’ACI (“L’elettrificazione tedesca”, pg 13, ottobre 2017), «Dieter Zetsche, numero uno di Daimler […] ha addirittura anticipato di tre anni i piani della sua campagna di elettrificazione che interesserà l’intera gamma entro il 2022 e non più nel 2025».

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  1. A me vengono in mente due cose: 1) dietro la facciata del rigore, questi tedeschi spesso sono dei furbacchioni (e in un modo o nell’altro gli perdonano cose che agli altri loro non perdonano). 2) alle persone dell’ecologia, inquinamento, interessa solo se gli torna comodo

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  2. I tedeschi, in questo caso sono stati vittime e carnefici di loro stessi: nel senso che, avendo richiesto, proprio loro, norme molto stringenti in materia di emissioni …
    avrebbero come sempre “messo in ginocchio” i maggiori concorrenti internazionali, al tempo stesso facendo, ancora una volta, la figura dei “primi della classe” …

    Ma stavolta hanno commesso un errore fondamentale: voler fare concorrenza alle aziende USA a casa loro, addirittura volendo imporre una motorizzazione, da sempre invisa e negletta negli USA, il diesel … da quelle parti è considerato praticamente solo per i trucks …

    Facile capire perché sia accaduto quel che tutti conoscono ma, ancora più grave è stato cercare di scaricare le colpe: sui fornitori, su altri costruttori, ecc.

    Ora sono impegnatissimi a “ripulire la loro immagine” con tutta una nuova serie di modelli elettrici … ecco un altro dei veri motivi per cui, se negli USA sono stati bruscamente fermati, in Europa ora il trend è diventato: solo “l’elettrico è bello e pulito” …

    che poi spostiamo l’inquinamento dalle grandi citta alle centrali elettriche e che, in futuro avremo un altro grave tipo di inquinamento causato dalla produzione e soprattutto dallo smaltimento delle batterie … beh, questo è una ltro discorso …

    Ma i tedeschio, siamone certi, non si smentiranno mai: loro DEVONO essere sempre “i primi della classe” …

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    1. Egr. Dott. Ferrari,
      grazie per il Suo contributo, perché in poche e chiare parole “che poi spostiamo l’inquinamento dalle grandi citta alle centrali elettriche e che, in futuro avremo un altro grave tipo di inquinamento causato dalla produzione e soprattutto dallo smaltimento delle batterie… beh, questo è una ltro discorso…” è riuscito a dire ciò che anch’io pensavo, ma che non riuscivo a concettualizzare in modo ordinato

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  3. Prego! Mi fa piacere non essere l’unico!

    In realtà, anch’io penso che il futuro possa essere si l’elettrico, ma in modo un pò diverso dall’attuale, si fa per dire “moda” …

    Al momento la tecnologia ci garantisce emissioni minime solo con il bimodale, utilizzando per esempio, un piccolo motore termico alimentato a gas metano, per caricare le batterie.

    Ma in futuro sarà interessante capire, prima di tutto come stoccare meglio ed in modo più pulito l’energia stessa, in batterie molto più capaci ed alimentate autonomamente da varie fonti: non solo l’energia termica e meccanica generata dalla frenata, ma anche la capacità, per esempio, di convertire in energia anche ogni altro smaltimento termico, oppure anche celle solari, ecc.

    Tutto, per così dire “fa brodo”, ma accorre un sistema, quasi del tutto autonomo, che si autorigenera (uso e produziuone di energia), senza per questo dover necessitare di uno stoccaggio ingente come oggi …

    Chiaro il concetto?

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  4. Egr. Dott. Ferrari,
    vivamente La ringrazio per il Suo opportuno contributo
    a sostegno del quale mi permetto di citare una testata che penso Lei conosca: su l’Automobile dell’aprile 2018 ho trovato alcuni articoli interessanti.
    Anzitutto, “L’Italia a batteria” di Stefania Spaziani (ppgg. 68-69), dove l’art. dice: «Sebbene l’Italia sia ancora molto lontana dai numeri dei principali mercati europei, il segmento dell’auto elettrica sembra destinato nei prossimi anni ad avere uno sviluppo decisivo […] L’intera filiera allargata ha un valore complessivo di 159.435 imprese con 822.906 occupati e un fatturato annuo di circa 390 miliardi di euro. Valori da considera come base di partenza visto che si riferiscono al 2014». Mi permetto di notare, però, che – come fa notare Paolo Borgognone in “Taxi a ostacoli” (pg. 70) – «’andare a batteria’ ha un’incognita in più: le poche infrastrutture per la ricarica…». Eppure – come fa osservare Marina Fanara in “Senza presa” (pg. 75) – «il Piano nazionale infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica […] non è decollato». E ciò, nonostante ci siano «le fonti di finanziamento nazionali e soprattutto europee». Perciò, ci troviamo nella condizione, per cui «Ci sono […] i sostenitori del gasolio ad oltranza […] che calano l’asso, rispetto ai motori a benzina, delle minori emissioni di CO2 […] È un partito che in Italia ha la maggioranza assoluta […] visto che le diesel vendute nel nostro Paese sono state il 56,7 per cento del totale […] Una conferma che quel piano inclinato esiste, ma […] che i numeri sono ancora troppo alti per mettere fretta al cambiamento […] Perché si fa presto a dire “addio diesel”, ma poi?». Ecco, mi trovo d’accordo con la conclusione di Fanara. Non solo manca un piano di infrastrutture adeguate, ma manca anche un mercato adeguato a riassorbire le energie, che finora sono state impegnate nei combustibili fossili. Mi spiego meglio con un esempio: se, nel giro di 6-8 anni tutto il mercato italiano passasse all’elettrico, chi riassorbirebbe i benzinai?
    E, poi, si pone anche un problema collegato a quello che ha tematizzato Lei: come smaltire le batterie elettriche o da fonti rinnovabili, quando sono esauste?

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  5. Ogni cambiamento comporta i relativi disagi e problematiche …

    ma qui il vero problema è un’altro: se si cambia, non deve essere per “moda” (imposta da interessi economici e … politici), ma REALMENTE per migliorare l’ecosostenibilità, già così gravemente compromessa!

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